a cura di UISP
Dopo la lunga attesa e il prevedibile strascico di polemiche che le hanno precedute, le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina hanno portato il nostro Paese al centro dei riflettori di tutto il mondo. Gli appassionati di sport hanno seguito con grande partecipazione le vicende di discipline che non sempre godono di ampia visibilità nel loro svolgimento ordinario; ma le Olimpiadi sono un evento che coinvolge tutti i cittadini a più livelli.
L’Olimpismo è un concetto che trascende le gare, le vittorie e il medagliere, per abbracciare un significato ben più ampio. Il documento ufficiale che definisce a livello internazionale i principi dell’Olimpismo, la Carta Olimpica, fu pubblicato per la prima volta nel 1908, riprendendo alcune regole che erano già state scritte da Pierre de Coubertin intorno al 1898. Il celebre Barone, considerato il fondatore dei Giochi Olimpici moderni, fu un dirigente sportivo, pedagogo e storico francese. Nel documento ispirato alle sue idee, l’Olimpismo viene definito come “una filosofia di vita che esalta e unisce in un equilibrato insieme le qualità del corpo, della volontà e della mente. Mescolando lo sport con la cultura e l’educazione, l’Olimpismo cerca di diffondere uno stile di vita basato sulla gioia dello sforzo, sul valore educativo del buon esempio e sul rispetto dei principi etici universali fondamentali”. È dunque inscindibile il rapporto tra pratica sportiva, salute del corpo e della mente e valori di cittadinanza. Praticare sport come cura di sé, dei legami con le persone che abbiamo intorno e dello spazio pubblico che abitiamo, nel rispetto dei principi di libertà, uguaglianza, etica e legalità.
Prima ancora di descrivere una concezione dello sport in senso stretto, la Carta Olimpica si presenta come una vera e propria filosofia di vita e come una proposta educativa. Al centro vi è un ideale di armonia tra corpo e mente, inteso come equilibrio fondamentale per la piena e autentica realizzazione etica della persona. In questa prospettiva, lo sport non è semplicemente esercizio fisico o competizione, ma diventa strumento di crescita integrale dell’individuo. Allo stesso modo, la Carta si configura come una filosofia dell’educazione: attraverso l’attività sportiva si sviluppa una pedagogia dal forte carattere etico-valoriale, capace di incidere sulla formazione del carattere, sul rispetto delle regole, sulla capacità di cooperare e di riconoscere l’altro. L’esperienza sportiva, vissuta secondo questi principi, diventa così palestra di cittadinanza attiva e responsabile.
Ciononostante, l’ideale olimpico è stato spesso oggetto di critiche, talvolta accusato di una certa astrattezza e ridotto alla stregua di un mero ideale, distante dalla complessità del mondo reale. In un contesto internazionale segnato da tensioni politiche, conflitti, disuguaglianze e discriminazioni, affermazioni come “Ogni forma di discriminazione nei confronti di un paese o di una persona per motivi di razza, religione, politica, sesso o qualsiasi altra cosa è incompatibile con l’appartenenza al movimento olimpico” possono apparire difficili da tradurre pienamente in pratica, se non addirittura disattese.
Eppure, proprio in questa apparente distanza, la forza del richiamo olimpico sembra trovare nuova linfa. L’enunciazione di principi così chiari e netti non rappresenta una fuga dalla realtà, bensì un orizzonte verso cui tendere, un criterio di giudizio e di orientamento. Quale strumento, infatti, meglio dello sport può rendere visibile e comprensibile ai cittadini l’importanza della solidarietà, del rispetto reciproco e della condivisione per la tenuta dei legami sociali?
Gli atleti che hanno saputo incarnare in modo autentico questi valori hanno realmente proposto modelli positivi, come prescritto dalla Carta, contribuendo a rafforzare e sostenere processi di emancipazione e di inclusione. Le loro storie dimostrano come lo sport possa interrogare in profondità il senso della realizzazione piena dell’uomo, ponendo questioni che vanno ben oltre la dimensione agonistica. Nelle sue intenzioni più profonde, infatti, esso rafforza lo spirito di solidarietà e di amicizia che da oltre un secolo si oppone alla violenza e alla prevaricazione, anche attraverso l’esempio di quegli sportivi che hanno meglio incarnato lo spirito olimpico. Negli ultimi decenni, la promozione di una pratica sportiva realmente accessibile a tutti, a prescindere dalle condizioni di partenza, ha trovato espressione concreta nella crescente attenzione riservata ai Giochi Paralimpici. L’edizione di Roma del 1960 segnò l’avvio di un percorso destinato a trasformare profondamente il panorama sportivo internazionale, ponendo le basi per la nascita e lo sviluppo delle Paralimpiadi nella forma che conosciamo oggi. Le prime Paralimpiadi invernali si tennero in Svezia nel 1976, ampliando ulteriormente l’orizzonte inclusivo del movimento.
Un passaggio decisivo si ebbe nel 1988, in occasione delle Olimpiadi di Seul, quando si affermò il principio di disputare le Paralimpiadi nella medesima città delle Olimpii, calendarizzando consecutivamente le due manifestazioni. Questa scelta non ebbe soltanto un valore organizzativo, ma rappresentò un forte segnale culturale: l’affermazione di una visione dello sport fondata sull’inclusione, sul riconoscimento delle differenze e sulla pari dignità di ogni atleta.
