di Rosalinda Leo
La tiroidite di Hashimoto, detta anche tiroidite cronica autoimmune, è una malattia infiammatoria cronica della tiroide ed è una delle principali cause di ipotiroidismo nelle aree in cui non vi è carenza di iodio.
La patologia prende il nome dal medico e chirurgo giapponese Hakaru Hashimoto (1881–1934), che la descrisse per la prima volta nel 1912. Mentre lavorava presso la clinica chirurgica dell’Università di Kyushu, a Fukuoka, Hashimoto studiò il tessuto tiroideo di quattro donne con ingrossamento della ghiandola e sintomi compressivi. All’esame microscopico osservò una marcata infiltrazione di linfociti, la formazione di follicoli linfatici e la progressiva alterazione del normale tessuto tiroideo. Pubblicò le sue osservazioni sulla rivista tedesca Archiv für Klinische Chirurgie, definendo la condizione Struma lymphomatosa.
Il suo lavoro rimase però a lungo poco valorizzato e la malattia venne confusa con altre forme di tiroidite o, talvolta, con patologie tumorali. Negli anni Cinquanta, gli studi sull’autoimmunità tiroidea permisero di chiarire il meccanismo della malattia e contribuirono a fare della tiroidite di Hashimoto uno dei modelli storici delle patologie autoimmuni organo-specifiche.
Cause
Alla base della malattia vi è un’alterazione della risposta immunitaria, che porta l’organismo a riconoscere come bersaglio componenti della propria tiroide. Il processo coinvolge sia i linfociti T sia la produzione di autoanticorpi da parte dei linfociti B, in particolare gli anticorpi anti-tireoperossidasi (anti-TPO) e anti-tireoglobulina (anti-TG).
L’origine è multifattoriale e dipende dall’interazione tra predisposizione genetica e fattori ambientali. Tra quelli studiati rientrano l’apporto di iodio, alcune infezioni e le variazioni ormonali, mentre il ruolo di altri fattori è ancora oggetto di ricerca. La malattia è nettamente più frequente nelle donne, suggerendo il coinvolgimento di fattori ormonali e immunologici, senza che sia possibile ricondurla a una sola causa.
Parliamo dei sintomi
Nelle fasi iniziali, la tiroidite di Hashimoto può essere del tutto asintomatica e venire scoperta durante controlli di routine o accertamenti eseguiti per altri motivi. In alcuni casi, nelle prime fasi del danno ghiandolare, il rilascio degli ormoni già immagazzinati nella tiroide può determinare una fase transitoria di ipertiroidismo, definita hashitossicosi, con sintomi come palpitazioni, tremori, ansia e perdita di peso.
Con il progredire dell’infiammazione, la tiroide può perdere progressivamente la capacità di produrre quantità adeguate di ormoni, fino allo sviluppo di ipotiroidismo. I sintomi possibili comprendono stanchezza, aumento di peso o difficoltà a perderlo, intolleranza al freddo, pelle secca, fragilità di unghie e capelli, stipsi, rallentamento psicomotorio e difficoltà di concentrazione, alterazioni dell’umore e del ciclo mestruale. Possono inoltre comparire problemi di fertilità e un aumento di volume della tiroide, cioè il gozzo.
Confronto con le altre tiroiditi
La tiroidite di Hashimoto è una forma cronica, autoimmune e generalmente indolore. La tiroidite subacuta di De Quervain, invece, è spesso successiva a un’infezione virale e tende a manifestarsi in modo più acuto, con dolore al collo e talvolta febbre, per poi risolversi nella maggior parte dei casi nell’arco di settimane o mesi.
La tiroidite acuta infettiva è rara, generalmente di origine batterica, e può provocare dolore intenso, febbre e formazione di raccolte purulente, richiedendo una valutazione e un trattamento tempestivi. La tiroidite di Riedel è invece una forma molto rara caratterizzata da una fibrosi marcata della ghiandola, che può coinvolgere anche le strutture vicine.
Il morbo di Basedow-Graves condivide con Hashimoto la natura autoimmune, ma determina un effetto diverso: gli autoanticorpi stimolano la tiroide e provocano ipertiroidismo.
Terapie antiche e moderne
L’approccio terapeutico alla tiroidite di Hashimoto è cambiato profondamente nel tempo. All’epoca di Hakaru Hashimoto, quando non erano ancora noti i meccanismi autoimmuni della malattia, nei casi di gozzo importante con sintomi compressivi si ricorreva anche alla chirurgia. Già dalla fine dell’Ottocento erano inoltre utilizzati estratti essiccati di tiroide animale, ma questi preparati presentavano una notevole variabilità nel contenuto ormonale.
Oggi il trattamento dell’ipotiroidismo dovuto a Hashimoto si basa soprattutto sulla levotiroxina, una forma sintetica dell’ormone T4. La dose viene personalizzata e regolata nel tempo sulla base dei valori ormonali, in particolare del TSH, delle condizioni cliniche e delle caratteristiche della persona. In casi selezionati può essere valutato dallo specialista un approccio differente, ma la levotiroxina rimane il trattamento di riferimento.
Alimentazione e stile di vita possono contribuire al benessere generale, ma non esiste una dieta in grado di curare la tiroidite autoimmune. Un punto importante riguarda il glutine: la celiachia è più frequente nelle persone con malattie autoimmuni della tiroide, ma in assenza di celiachia o di un’altra precisa indicazione clinica non è raccomandato eliminare automaticamente il glutine dalla dieta.
Anche lo iodio richiede equilibrio: è essenziale per la produzione degli ormoni tiroidei, ma un apporto eccessivo può essere problematico nelle persone predisposte. Per questo è preferibile evitare supplementazioni fai-da-te. Selenio, zinco e vitamina D sono micronutrienti importanti per l’organismo, ma la loro integrazione dovrebbe essere valutata in presenza di carenze o specifiche indicazioni, senza considerarli una terapia della malattia.
Una dieta equilibrata, ricca di alimenti freschi, verdura, frutta, legumi, cereali integrali, pesce e grassi insaturi, insieme a una regolare attività fisica, rappresenta un supporto utile alla salute generale e al mantenimento di un buon equilibrio metabolico.
Per quanto riguarda la guarigione, oggi non esiste una terapia capace di eliminare definitivamente la causa autoimmune o di ripristinare il tessuto tiroideo già danneggiato. La tiroidite di Hashimoto è quindi una condizione cronica, ma nella grande maggioranza dei casi può essere gestita efficacemente.
Il monitoraggio periodico, la corretta assunzione della terapia quando necessaria e l’adeguamento della dose consentono generalmente di mantenere normali i livelli ormonali e di controllare i sintomi. Con un trattamento appropriato, le persone con tiroidite di Hashimoto possono condurre una vita piena e attiva.
