Essere umano e Ambiente
Le relazioni tra essere umano e ambiente sono da tempo oggetto di studio e risultano caratterizzate da interazioni multidirezionali. Diversi studiosi concordano, ad esempio, nel riconoscere il forte impatto che le attività umane hanno avuto e continuano ad avere sul pianeta e sulle sue forme di vita, tanto che l’epoca geologica attuale è stata definita “Antropocene”.
D’altra parte, la psicologia ambientale studia il modo in cui gli spazi, naturali o artificiali, influenzano il comportamento, le emozioni e, più in generale, il benessere delle persone che li abitano. Questa disciplina affonda le sue radici nella Teoria del Campo dello psicologo sociale Kurt Lewin, che concepiva il comportamento come funzione della persona e dell’ambiente. Tale prospettiva ha contribuito a chiarire come l’esperienza psicologica non possa essere compresa senza considerare il contesto in cui il soggetto è inserito, ma debba essere interpretata come il risultato dinamico dell’interazione tra caratteristiche individuali e condizioni ambientali. Ne deriva una concezione dell’ambiente non come semplice sfondo, ma come elemento attivo nella modulazione dei processi cognitivi, affettivi e comportamentali.
Su questa linea si colloca anche James Hillman, che ha studiato il ruolo della bellezza nello sviluppo identitario e affettivo, sottolineando come la qualità dell’ambiente, incluse le sue variazioni climatiche, possa influenzare significativamente il benessere psicofisico.
Alcuni studi hanno inoltre evidenziato che l’esposizione ad ambienti naturali, rispetto a quelli urbani, può favorire una riduzione dei sintomi ansioso-depressivi in adolescenti e adulti. Questo dato è stato confermato anche da ricerche che hanno utilizzato tecniche di neuroimmagine, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e l’elettroencefalografia (EEG). In particolare, si osserva un effetto positivo degli ambienti naturali sulle prestazioni cognitive e sull’umore, con il coinvolgimento di aree cerebrali come la corteccia orbitofrontale e dorsolaterale, oltre a un aumento della sincronizzazione interemisferica.
Inoltre, la qualità dell’ambiente influisce sul bioritmo dei mammiferi, ovvero su aspetti come il ritmo sonno-veglia e il rilascio di ormoni, incidendo sulla qualità del riposo e su altri processi psico-fisiologici come l’appetito e la motivazione.
Cambiamento climatico ed eco-emozioni: Ecoansia e Solastalgia
Il cambiamento climatico è riconosciuto dalla comunità scientifica come una questione centrale del dibattito contemporaneo, che coinvolge l’essere umano su più livelli: macro, in relazione alla genetica e all’adattamento della specie; meso, per quanto riguarda i fenomeni collettivi e psicosociali; micro, in riferimento all’adattamento psicologico, familiare e individuale.
Secondo alcuni autori, i danni associati al cambiamento climatico possono essere interpretati come un vero e proprio “trauma culturale”, sia a livello pratico (ad esempio le conseguenze dirette di incendi e inondazioni sulle pratiche sociali) sia a livello simbolico, in quanto contribuiscono a destabilizzare l’ordine sociale esistente.
Le risposte individuali a questi cambiamenti possono essere diverse e dipendono da fattori personali, sociali ed economici. In linea generale, si distinguono tre approcci: quello reazionario, che nega o si oppone alla narrazione del cambiamento climatico; quello riformista, che propone soluzioni legate alla giustizia climatica e all’adattamento “green” dei modelli economici; e quello radicale, che mira a un cambiamento più profondo dei sistemi di valori.
Questo “caos climatico” genera in molte persone una diffusa sensazione di insicurezza. Alcuni ricercatori hanno quindi introdotto il termine “emozioni climatiche” per indicare l’insieme delle risposte emotive associate al cambiamento climatico, non necessariamente patologiche. Tra le più diffuse vi sono l’ecoansia e la solastalgia. L’ecoansia può essere descritta come una condizione di paura e preoccupazione cronica legata alla crisi climatica e alla percezione di un possibile collasso ambientale, mentre la solastalgia indica il disagio psicologico connesso alla perdita o al degrado del proprio ambiente di vita, vissuto senza abbandonare il luogo in cui si abita.
Cambiamento climatico e conseguenze sulla salute psicologica
Gli eventi legati al cambiamento climatico possono incidere profondamente non solo sugli individui, ma anche sulle comunità, compromettendone il benessere e la disponibilità di risorse. Il cambiamento climatico è infatti associato sia a eventi acuti ed estremi, come alluvioni, ondate di calore, incendi boschivi e tempeste intense, sia a fenomeni più lenti e progressivi, tra cui siccità cronica, desertificazione, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare e alterazione degli ecosistemi.
Diversi studi, tra cui quelli condotti in seguito all’Uragano Katrina, mostrano che eventi climatici gravi sono associati a morti, disabilità e sfollamenti, oltre a un aumento di depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, suicidio e abuso di sostanze, anche a distanza di mesi dall’evento. Sintomi simili sono stati riscontrati anche in persone colpite da inondazioni, alluvioni e incendi.
Anche i cambiamenti a medio e lungo termine hanno effetti negativi sulla salute mentale: ad esempio, la siccità prolungata e il prosciugamento dei bacini idrici possono rendere alcuni territori inospitali, costringendo alla migrazione e compromettendo i legami familiari e comunitari.
Alcuni gruppi risultano maggiormente vulnerabili: comunità a basso reddito, persone migranti, donne, persone senza dimora e detenuti presentano un rischio più elevato di conseguenze negative sulla salute psicofisica, con un conseguente aggravarsi delle disuguaglianze sociali. Anche le comunità rurali risultano particolarmente esposte, soprattutto in relazione alla siccità e alla perdita dei terreni.
Tra i soggetti a rischio rientrano anche soccorritori e operatori sanitari, giovani (in particolare tra i 13 e i 19 anni), attivisti e scienziati impegnati nello studio del cambiamento climatico, che possono essere maggiormente esposti al rischio di burnout.
Interventi psicologici nel contesto della crisi climatica
Alla luce di quanto descritto, gli interventi sulle conseguenze psicologiche del cambiamento climatico dovrebbero basarsi su un modello biopsicosociale di salute, intesa come una condizione di benessere derivante dall’interazione tra fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali. È inoltre importante che tali interventi siano sviluppati secondo una prospettiva integrata, fondata su obiettivi chiari, valutazione dell’efficacia e coordinamento interdisciplinare.
Un primo livello di intervento riguarda l’integrazione del tema del cambiamento climatico nel lavoro psicoterapeutico, promuovendo approcci specificamente orientati a questa area. Parallelamente, è fondamentale rafforzare la gestione dello stress post-traumatico legato agli eventi climatici estremi, formare adeguatamente terapeuti e soccorritori e sviluppare strategie per affrontare i vissuti emotivi e cognitivi associati alla crisi climatica, promuovendo al contempo stili di vita sostenibili.
Un ruolo rilevante è svolto anche dagli interventi a livello comunitario e dalle politiche di tutela ambientale e della salute mentale, soprattutto nei contesti più vulnerabili. Infine, il monitoraggio della percezione del rischio climatico, il rafforzamento della ricerca e la costruzione di programmi d’azione condivisi a livello istituzionale e internazionale rappresentano elementi fondamentali per una risposta efficace e coordinata.
Fonti:
- Crutzen, P. Geology of mankind. Nature 415, 23 (2002).
- Janiri, L., Cianconi, P., Hanife, B., & Grillo, F. (2023). Cambiamento climatico e salute mentale. Dall’ecologia della mente alla mente ecologica. Raffaello Cortina Editore.
