Oltre la vittoria

A cura di UISP

Non sempre, in Italia, lo sport di vertice riesce in una delle sue missioni più importanti: coinvolgere e avvicinare i giovani a una disciplina, dando nuova linfa ai movimenti di base, sostenuti dalle Associazioni Sportive Dilettantistiche. UISP Torino ne conta attualmente 450 affiliate.

Un esempio di quanto questa combinazione possa funzionare è l’effetto di trascinamento che i successi della Nazionale di volley femminile stanno generando sull’intero movimento. La Federazione Italiana Pallavolo registra un incremento delle iscrizioni, soprattutto tra ragazze e bambine, oltre il 77% dei praticanti in Italia, ispirate dalle vittorie di Egonu, Sylla e compagne.

Negli ultimi anni il volley ha consolidato il suo ruolo nelle scuole e nelle palestre, con quasi 4.000 società affiliate e grande visibilità mediatica. La serie record di vittorie e i titoli europeo, mondiale e olimpico hanno creato grande entusiasmo. Ma sono solo i risultati ad aver innescato una partecipazione tanto ampia?

Julio Velasco, allenatore dal palmarès straordinario fin dagli anni Novanta, quando guidò la Nazionale maschile — la “Generazione di fenomeni” — alla conquista di numerosi titoli, dal 2024 ha ripreso a inanellare successi alla guida della Nazionale femminile.

La squadra è ormai l’avversaria da battere. Ma quasi ogni articolo che ne celebra i trionfi cita anche la “filosofia” con cui Velasco l’ha impostata e la mentalità trasmessa alle sue ragazze. È probabilmente qui che va cercato il segreto di tanto coinvolgimento, che dal vertice ricade sull’intero movimento, fino alla più piccola palestra di quartiere.

La filosofia di Velasco unisce etica della responsabilità, gestione degli alibi e consapevolezza che lo sport sia prima di tutto un fatto mentale e collettivo. Sono valori sui quali costruire un gruppo fondato su motivazioni sane e una cultura della competizione basata sul rispetto di compagni e avversari e sulla tensione verso il miglioramento di noi stessi, a qualunque livello venga praticato lo sport.

Il rifiuto della cultura degli alibi ci chiede di non scaricare la responsabilità degli errori su fattori esterni, arbitri, avversari o compagni. L’obiettivo non è trovare un colpevole, ma una soluzione. In un gruppo, lamentarsi del lavoro altrui compromette la cooperazione: ognuno deve concentrarsi su ciò che può fare per risolvere la difficoltà.

Velasco insiste anche su un altro pilastro di una squadra vincente: la capacità di “saper giocare male”. L’eccellenza non significa fare sempre tutto alla perfezione, ma accettare le giornate storte e saper lottare anche quando le cose non girano nel verso giusto.

Dall’“io” al “noi”: il talento individuale serve alla squadra, ma il singolo deve integrarsi in un’entità collettiva, unita da disciplina, fiducia e rispetto delle personalità di tutti. Cooperazione, disponibilità reciproca, consapevolezza che, se lo sforzo del singolo non si integra con quello delle compagne, in uno sport di squadra non si va da nessuna parte. Nemmeno con un grande talento individuale, che alla Nazionale italiana certo non faceva difetto prima dell’arrivo di Velasco.

Per lui, fortunatamente, nessuno ha mai utilizzato la definizione di “santone”, spesso affibbiata agli allenatori vincenti, quasi ad attribuire il successo a un carisma personale che ricade sull’intera squadra.

Lavoro, piuttosto. Umiltà nel mettere il proprio contributo al servizio del gruppo. E gioia, perché lo sport resta un gioco e raramente si vince quando non ci si diverte a praticarlo.